Marguerite di fronte

Sono quasi tre anni che siamo l'uno di fronte all'altra.
Ti chiamo la Marguerite Yourcenar, per quei tuoi modi aristocratici, per la luce della candela con cui ceni, per la libreria fitta, le sigarette perennemente accese e per la tua congenita incapacità di dormire.
Posso tornare alle cinque di mattina e vedere la luce fievole del tuo soggiorno, vederti come un ombra passeggiare con un calice di vino, fumando come una ciminiera.
Di te non so nulla, o meglio poche cose, e da vicino ci siamo incrociati solo sul portone si e no un paio di volte.
Ho potuto allora scrutare timidamente i tuoi capelli scuri, gli occhi grigi e le profonde occhiaie attraenti, sei decisamente bella, molto bella, di una grazia polverosa come da oggetti di antiquariato, sontuosi ma inutilizzati. Sei sola, sempre, non ti ho mai visto con qualcuno.
Alcune volte abbiamo incrociato gli sguardi sul balcone, tu intenta a curare le tue stranissime piante, le rose selvatiche e io mentre mangio la mia insalata e osservo le rondini sul tetto del terrazzo di quell'appartamento che tutti nel palazzo vorremmo affittare.
Ci siamo sorrisi, come per non disturbare o invadere l'uno lo spazio di cielo dell'altro, delimitato dalle famiglie chiassose, invadenti, puzzone di fritto degli altri appartamenti. Niente parole, non ti ci vedo ad alzare la voce per dire ovvietà dirimpetto.
Un sorriso basta e avanza.
Mi chiedo se rifletti sulle mie abitudini, sui pazzi che girano per casa mia, sui miei orari così assurdamente incomprensibili quanto i tuoi. Se mi rispetti e se ti incuriosisco come tu incuriosisci me.
Quando sai di non essere vista, hai un'espressione austera, malinconica, assorta in qualche rompicapo indecifrabile. I tuoi completi classici e le scarpe laccate, il tuo gusto così profondamente privo di tempo, il tuo modo di camminare equilibrato e misurato.
Ti piace la televisione, anche se non la ascolti, è sempre accesa e silenziosa, ti piace sedere assorta su qualche lettura e non ti ho mai vista con un cellulare in mano.
Detesto gli altri vicini, i neanderthal, con la moglie incinta ogni due mesi, il bestemmiatore che lascia le scarpe da lavoro sulla finestra, i terroni che cucinano la peperonata alle due di notte del piano di sotto e la pazza col cane che si lamenta di tutti, mentre suo figlio spara col fucile a piombini contro i piccioni.
Sono sicuro che come me hai un occhio attento e distaccato, che sei ferita ma non inerme, sono sicuro che hai vissuto più di quanto le tue abitudini vogliano far credere.
Sono certo che non è insonnia la tua, ma come me, pensi che ascoltare i propri pensieri di notte sia più salutare che in altre ore.
Allarghi il braccio sulla parte di letto vuota e non senti assenza ma spazio confortevole, qualora volessi cambiare posizione.
Ti piace stare sola e se ne soffri è il male minore rispetto a un'ottusa presenza che pretende tu smetta di fumare, che ti tinga i capelli grigi.
Ma forse sono io, con la mia ipertrofica immaginazione che voglio donarti un' allure salvifica in questo condominio di cafoni.
Rientro tardi, sbronzo o solo stanco, piatti da lavare, letto sfatto, disordine congenito e butto l'occhio sulla tua luce accesa.
Non riesco a sentire tristezza nell'assenza di sonno.
Ci sei tu, e questo mi da la certezza di non essere il solo.
Di non essere solo.
Posso tornare alle cinque di mattina e vedere la luce fievole del tuo soggiorno, vederti come un ombra passeggiare con un calice di vino, fumando come una ciminiera.
Di te non so nulla, o meglio poche cose, e da vicino ci siamo incrociati solo sul portone si e no un paio di volte.
Ho potuto allora scrutare timidamente i tuoi capelli scuri, gli occhi grigi e le profonde occhiaie attraenti, sei decisamente bella, molto bella, di una grazia polverosa come da oggetti di antiquariato, sontuosi ma inutilizzati. Sei sola, sempre, non ti ho mai visto con qualcuno.
Alcune volte abbiamo incrociato gli sguardi sul balcone, tu intenta a curare le tue stranissime piante, le rose selvatiche e io mentre mangio la mia insalata e osservo le rondini sul tetto del terrazzo di quell'appartamento che tutti nel palazzo vorremmo affittare.
Ci siamo sorrisi, come per non disturbare o invadere l'uno lo spazio di cielo dell'altro, delimitato dalle famiglie chiassose, invadenti, puzzone di fritto degli altri appartamenti. Niente parole, non ti ci vedo ad alzare la voce per dire ovvietà dirimpetto.
Un sorriso basta e avanza.
Mi chiedo se rifletti sulle mie abitudini, sui pazzi che girano per casa mia, sui miei orari così assurdamente incomprensibili quanto i tuoi. Se mi rispetti e se ti incuriosisco come tu incuriosisci me.
Quando sai di non essere vista, hai un'espressione austera, malinconica, assorta in qualche rompicapo indecifrabile. I tuoi completi classici e le scarpe laccate, il tuo gusto così profondamente privo di tempo, il tuo modo di camminare equilibrato e misurato.
Ti piace la televisione, anche se non la ascolti, è sempre accesa e silenziosa, ti piace sedere assorta su qualche lettura e non ti ho mai vista con un cellulare in mano.
Detesto gli altri vicini, i neanderthal, con la moglie incinta ogni due mesi, il bestemmiatore che lascia le scarpe da lavoro sulla finestra, i terroni che cucinano la peperonata alle due di notte del piano di sotto e la pazza col cane che si lamenta di tutti, mentre suo figlio spara col fucile a piombini contro i piccioni.
Sono sicuro che come me hai un occhio attento e distaccato, che sei ferita ma non inerme, sono sicuro che hai vissuto più di quanto le tue abitudini vogliano far credere.
Sono certo che non è insonnia la tua, ma come me, pensi che ascoltare i propri pensieri di notte sia più salutare che in altre ore.
Allarghi il braccio sulla parte di letto vuota e non senti assenza ma spazio confortevole, qualora volessi cambiare posizione.
Ti piace stare sola e se ne soffri è il male minore rispetto a un'ottusa presenza che pretende tu smetta di fumare, che ti tinga i capelli grigi.
Ma forse sono io, con la mia ipertrofica immaginazione che voglio donarti un' allure salvifica in questo condominio di cafoni.
Rientro tardi, sbronzo o solo stanco, piatti da lavare, letto sfatto, disordine congenito e butto l'occhio sulla tua luce accesa.
Non riesco a sentire tristezza nell'assenza di sonno.
Ci sei tu, e questo mi da la certezza di non essere il solo.
Di non essere solo.
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