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Forse dovrei parlare di Milano.
Delle onde su acque francesi che mi hanno accompagnato cullandomi dolcemente, nonostante la tormenta.
Dovrei parlare dei continui regali che ricevo dalle persone che incontro, i piu preziosi dalle meno conosciute.
Dovrei parlare di cappuccini dolci e deliziosi e di mozzarelle filanti in ogni panaderia Milanese.
Dovrei parlare di mio padre e della lenta sopravvivenza che rapidamente sta facendo fuori la mia famiglia.
Degli occhi spenti dei denti distrutti della malattia che si alimenta di attesa, dell'attesa negata di mia sorella per vedermi e che non ho avuto il coraggio di soddisfare, ancora no.
Della tua maglietta con la luce fioca del pomeriggio, stropicciata a scoprire il petto bianco e palpitante, dopo anni di attesa per essere ancora mio. Delle scale della mia vecchia casa che non riconosco più. Degli amici complicati e infelici, ingabbiati in nevrosi e agorafobie.
Dovrei solo parlare di me e di quanto poco ormai ci sia di me laggiù, ombra invisibile coi piedi zuppi di pioggia, della stupidita' con cui sono corso incontro all'ipotesi dell'amore lasciando il mio orgoglio alla porta che non mi hai lasciato aprire.
Degli italiani, sagome di cera ossessionate dal lavoro e dallo stile, che lentamente li consuma senza brillare di luce, del desiderio patologico di normalità e di coppia, frustrato dall'ossessione per altri cazzi altrove.
E delle ore a camminare per la città guardando i palazzi e come nelle parole crociate, trova la differenza.
Quella macroscopica che mi ha portato a decidere di amare Barcellona per quello che è, ludica stupida bizzarra città senz'arte.
La mia città, casa, mia, che senza notarlo mi ha trasformato in un altro uomo, che non so se sia peggiore di quello che c'era prima di partire, ma che certo, non appartiene più' a Milano, la dove la pioggia interminabile ha sbiadito il mio passaggio, viale umbria corso lodi ticinese porta venezia, io sono, io sono stato.
10/2/09 22:13mi si umetta l'occhio
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